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Francesco De Molfetta

Uccidere il padre, per diventare adulti: rito iniziatico antico come la storia dell’uomo, prova di coraggio richiesta anche – e soprattutto – dalla società dell’arte, dove le regole si fanno per essere superate, e la genialità consiste spesso in un andar oltre che è insieme ribellione, denuncia, dissacrazione.

Francesco De Molfetta le ha fatte di tutti i colori, ai suoi padri: ha preso la Merda d’artista e l’ha interpretata alla lettera, ha fatto dipingere virgole bianche sulle opere fatte con la penna biro di Alighiero & Boetti, ha creato un Omaggio a Fontina tirando in ballo Spazialismo e buchi del formaggio; è arrivato a prendersela persino con Michelangelo, rinvigorendo di rosso le labbra di David. Poi si è scusato, dicendo che la sua è stata solo una strizzatina d’occhio ai grandi maestri…una piccola scalfittura nella parete orizzontale dell’Arte…”.

Padri spirituali che, dai dadaisti in poi, scovavano il piacere dell’assurdo, la forza innata dei contrasti della forma e della parola, il non senso rigenerante che si cela dietro ai fatti quotidiani: un non senso intrigante come l’incontro casuale di una macchina da cucire con un ombrello su un tavolo da sezione anatomica, suggeriva il poeta Isidore Ducasse, il conte di Lautréaumont, padre putativo dei surrealisti, osannato da Duchamp a Man Ray e morto a soli 24 anni, nel 1870.

Proliferazioni di senso scaturite da ready made vertiginosi, dissociazioni inattese, sviamenti di ogni logica temporale e spaziale: del fatto e dell’antefatto, della conseguenza dopo la causa.

Francesco De Molfetta ci gioca, con le regole: per una sorta d’innata esigenza, la sua sfida prosegue sui binari del paradosso e della contraddizione, con lo sguardo ironico e spietato di un bambino che sa inventarsi mille giochi, pur di non fare i compiti: come Mondino, sceglie di restare alla prima classe elementare della pittura, dove le regole possono essere cambiate con un colpo di spugna e le parole sono cose, disegnate a gessetti colorati sulle lavagne dell’ironia.

ll duro per il morbido, il piccolo per il grande, il dolce per il salato…Francesco De Molfetta vive di ossimori e metafore, ingigantisce e riduce a suo piacimento, sposta il significato, lasciando che lo spettatore lo rimetta a posto, se vuole.

Come il torinese Aldo Mondino, De Molfetta vede le cose distorte, dissimula proporzioni, afferma negando, crea dissacrando: guarda, con occhi vergini e insieme carichi di tutto ciò che nel DNA gli hanno trasmesso i suoi padri, il mondo immenso attorno a lui.

D’altra parte, come Pino Pascali, al quale il giovane artista ha reso debito omaggio partecipando al prestigioso Premio annuale indetto all’artista barese nel Museo di Polignano a Mare, Francesco De Molfetta nasce all’incrocio fra teatro e mass media, e da qui se ne diparte, intrecciando nella sua opera il fascino di una sempre diversa mise en scene, l’importanza della narrazione, l’urgenza della declamazione di un messaggio che è insieme moderno, attualissimo, e favolosamente proiettato in un passato, o in un futuro, lontani.

Forse per questo di lui sono stati suggeriti parallelismi indifferentemente appartenenti al passato lontano o al più vicino secolo scorso.

Moderna traduzione di una Wunderkammer seicentesca, stanza del principe dove raccogliere insieme rarità e minuterie – perle deformi, parti anatomiche immerse in ampolle, gioielli e foglie essiccate, cammei, filigrane, nani e mostri dipinti e scolpiti…per far sfoggio di preziose naturalia e artificialia – l’opera del giovane artista nasce dal fascino verso un oggetto dimenticato e curioso, da una vecchia cosa tirata fuori dalla soffitta, e riattivata di senso grazie ad un cortocircuito linguistico innescato da inediti accostamenti – basti pensare alla piccolissima vespa ed alla Vespa motorizzata.

Attorno, ecco tutti quei personaggi, imbianchini o semplici abitanti di un mondo alla rovescia, che recitano attoniti e stupiti nel teatro delle opere di De Molfetta, in inerte attesa che fatti ed avvenimenti più o meno tragicomici, figli di un Assurdo sovrano, piombino loro addosso; ed ecco l’altro fil rouge, che più volte è stato ripercorso, fra la sua opera ed il teatro dell’assurdo di Beckett, con quei personaggi in attesa di tutto e di null’altro, se non di lasciar scorrere il tempo dell’attesa, e quello crudele di Artaud, ma senza il dramma e la rabbia, quanto una più scanzonata follia; fino alla narrativa di Kafka, dove mister K esili come gli “omini” del giovane artista si arrabattano in un quotidiano che li sovrasta, ai margini fra la risata isterica e la disperazione incolmabile, in linea con il più sottile humour noir di derivazione surrealista.

Infine, ecco il paragone indicato da Schwarz fra De Molfetta e il padre moderno dei viaggi fantastici, quel Jonathan Swift satirico e sagace al punto da trasformare, nel Seicento delle pruderie perbeniste e del timor di Dio e della Regina, l’umanità in minuscoli esseri di un paese inutile, come Lilliput, o in schiava consenziente di un popolo di cavalli, come il popolo degli Yahoo.

Lavori sagaci e pungenti come una striscia di Peanuts, ironici e malinconicamente fiabeschi come un racconto di Calvino…

Niente male, per un giovane artista non ancora trentenne, la cui opera è gia stata recensita su ambite testate d’arte contemporanea, da “Flash Art” a “Juliet” a “Tema Celeste” a “Segno” a “Il Giornale dell’Arte”, volando dalla Tokyo Gallery di Tokyo, al Museo d’Arte Contemporanea di Besançon, a Mursia, in Spagna. Oggetto di due tesi di laurea allo IULM di Milano, il suo lavoro è stato poi esposto in importanti progetti curatoriali, fra i quali sono da menzionare nel 2004 la Biennale Transito 04 a Castel Sant’Angelo a Roma, nel 2005 l’Opera al Nero al Museo ed alla Mole Vanvitelliana di Ancona, e l’anno successivo la sua presenza nel progetto Container 1, curato dal vice direttore di Art Basel Oliver Tschirky.

Successi di pubblico e critica, e intanto De Molfetta, come suo padre Pino Pascali, continua a giocare con quell’inconsapevole energia creativa che non lo fa uscire dal suo studio-laboratorio da Dott. Caligari, stipato di cose e materiali da fondere in ampolle di lucida e folle ironia.

Continua a giocare, perché ha capito che il gioco è una cosa seria, è il gioco dei sogni di celluloide che i mass media di oggi, mostruosa proliferazione dei Caroselli di ieri, ci fan sfiorare con le dita; è il gioco dell’uomo che s’accanisce a sfidare le leggi della natura e della genetica, rischiando davvero di creare enormi e arrabbiati Bachi da Setola e furenti Vedove Blu…quindi tanto vale giocare anche noi, provare a ribellarci attraverso un sorriso tagliente, come quelle lame Profondo rosso che uno dei suoi omini-assistenti colorava compìto di rosso vernice…

E’ il gioco delle parti, tanto per tirare ancora in causa Pirandello, per cui l’artista si improvvisa adolescente ribelle o motociclista selvaggio…Così Francesco De Molfetta è rimasto il rockettaro appassionato, che rinuncia al vernissage per suonare il suo basso elettrico, a volte fa la parte del Frankie che saluta tutti, fa le valigie e se ne va a Hollywood a tentar fortuna, poi torna il DEMO scanzonato, inseparabile dai suoi cani, Ombra e Buio, con quel suo modo di guardare le cose come se le vedesse per la prima volta…

Basta travestirsi, e il gioco è fatto, faccian pure le regole, i critici là fuori, io me ne sto qui dentro alle mie storie, sperimento pattinaggi su cubetti di ghiaccio, cancello tutto ciò che mi pare, metto a tacere inutili notizie, faccio l’amore su una foto di Mapplethorpe, scivolo su un enorme cono di gelato, mi nascondo in una bustina di thè e mi spengo in una pillola.

E se proprio non ne posso più, con un lampo di genio prendo il volo su una lampadina…

 

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