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Manuel Felisi. Trasmutazioni

Da sabato 23 marzo a domenica 14 aprile 2019 

La mostra è stata recensita, tra gli altri, dal 

Giornale di Brescia 

Nelle opere di Manuel Felisi (Milano, 1976) la dimensione temporale della coscienza si materializza in un substrato denso, capace di generare un’atmosfera emozionale soffusa e trasognata. Questo fondale nasce da una stratificazione di interventi che rielaborano motivi simbolici tratti dalla natura tramite un’eclettica varietà di tecniche espressive; essi, livello dopo livello, si sovrappongono come tracce della memoria esistenziale dell'uomo, prendendo la forma della dissolvenza delle forme nel ricordo.

Sulle composizioni ortogonali di piccole tele o nelle inclusions in resina dell’artista si amalgamano interventi pittorici che definiscono le forme esornative dal carattere stilizzato dei fiori, impresse anche con l’uso di vecchi rulli decorativi atti a riportare motivi decorativi su carte da parati, collage di garze o vecchi tessuti impregnati di storia, vecchie fotografie, francobolli, talvolta impressi con un transfer su tela emulsionata. Questo assemblaggio di elementi viene suggellato dal procedimento meccanico con il quale l’artista trasferisce sulla tela l’eterea e impalpabile impressione nata da attimi fuggevoli di grande lirismo, visioni epifaniche che lo scatto fotografico di Felisi ha sottratto dall’incessante affastellamento di immagini della comunicazione mass-mediatica, restituendo loro l’aura benjaminiana. 

Così, sagome di persone, corpi che nuotano fluttuando in un amalgama di motivi decorativi floreali, ritratti, dettagli architettonici di monumenti, poetici skyline di città in penombra rivivono, nella forma della reminiscenza e rivestiti dalla patina del ricordo, nella stratificazione polimaterica di pittura, collage, stampa fotografica creata assemblando con pazienza livello per livello dall’artista, capace di muoversi tra le tradizionali pratiche manuali della pittura e della decorazione e le nuove metodologie digitali di elaborazione e stampa delle immagini fotografiche. Trasmutazioni è, dunque, il titolo della personale che la galleria Colossi Arte Contemporanea gli dedica, proprio perché, tramite successivi stadi di rielaborazione di materiali evocativi, l’artista fa rinascere suggestioni momentanee sottratte al reale tramite uno scatto fotografico proiettandole verso l’infinito. Lo stesso fanno le ramificazioni degli alberi in penombra che si addensano, creando vertiginose prospettive ascensionali (Vertigini), sull’articolata composizione di elementi dei fondali, scanditi dalla visione frammentaria creata dalla griglia ortogonale delle tele (o dalle strisce rettangolari inserite dall’artista) che scandisce razionalmente lo spazio. 

Le fronde degli alberi sono un soggetto caro all’artista, come lo sono i fiori; questo non solo perché metafora di un mondo naturale vessato dallo sviluppo industriale, ma anche in quanto memori di una situazione vissuta in prima persona come cittadino di Lambrate, in una zona vicina al suo luogo di ispirazione: il Parco Lambro, inghiottito dalla metropoli milanese. La complessa architettura delle fronde viene, talvolta, impressa, nell’ultimo ciclo di lavori (Alberi vertigine, 2018), su frammenti informi di cemento, lasciando intravedere l’intelaiatura di barre d’acciaio, come fosse una nervatura. L’espandersi dei rami ricorda un reticolo di vasi sanguigni, diventa metafora dello scorrere di una fantomatica linfa vitale, dell’inesausto rigenerarsi della vita nel mondo biologico, vegetale quanto umano, che anela, come i soggetti delle opere di Felisi, a vivere in una dimensione fluida, trasognata, di temporalità immanente, scandita solamente da una successione di elementi che trasmutano la loro consistenza materica in un substrato incorporeo. 

Felisi ha esposto presso Casa Batlló a Barcellona, presso il Design Distric di Miami, a Londra, Istanbul e, in Italia, presso il Marca di Catanzaro, la GAM. Galleria d'Arte Moderna di Genova, il Centro d'Arte Contemporanea del Castello di Rivara (To), il Palazzo dei Principi di Correggio (Re), il Museo Carlo Bilotti di Roma, il Castello di Trezzo, lo Spazio Oberdan e il Museo della Triennale di Milano. In occasione della Biennale Italia-Cina, ha esposto a Pechino, presso il Palazzo Te di Mantova e la Villa Reale di Monza. L’artista è presente alle principali rassegne d’arte a livello nazionale e internazionale: MiArtArtVeronaArtefiera BolognaCutlog Parigi, Art Basel MiamiArt ParisContemporary Istanbul e Art London.

Giorgio Tentolini. Kalopsíe

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mostra uno mostra due
mostra tre mostra cinque

La mostra è stata recensita, tra gli altri, da:

Arte Mondadori

Corriere della Sera 

Giornale di Brescia

Lombardianotizie.it

Nelle opere di Giorgio Tentolini -Casalmaggiore (Cr), 1978- l'attitudine a cogliere l'imponderabile diviene pregnante. L'immagine emerge nell'atmosfera emotivamente neutra con la consistenza impalpabile di un ricordo, eterea e leggera nei chiaroscuri come un disegno a grafite su carta, grazie alla sovrapposizione di strati di un materiale metallico come la rete, lasciando intatti i dettagli fisionomici di un volto (le “jeunes-filles”), di un busto o di una statua classici (Pagan Poetry), così come gli elementi strutturali di un interno (Immobili, 2018). Le maglie della rete filtrano l'essenzialità, le linee portanti di un momento che si cristallizza nella memoria intangibile di un ricordo, come avveniva nel ciclo di lavori che dà origine alla poetica della rete metallica (Kairos-Kronos, 2007). I soggetti diventano intercambiabili nella rete di interconnessioni sociali generata dall'artista, diventano assenti, “soggetti identificativi non-umani”, come i manichini delle vetrine dei negozi (Presenze, 2018-2019), colti in un attimo fuggevole (Lapse) che sembra smaterializzarsi e ricomporsi tardivamente nella nostra vista. Ciò che resta è la cristallizzazione di un ricordo, stratificato, oltre che nel tempo e nello spazio della rappresentazione dell'opera, anche all'interno della corteccia cerebrale, dove l'immagine si imprime e si sedimenta quando viene percepita; o meglio, la sua labile traccia, viziata dal fenomeno che i neurologi chiamano Kalopsía, ovvero la sensazione che ogni cosa risplenda di una bellezza intensa, causata da lesioni alla corteccia parietale destra del cervello. 

Queste sono le caratteristiche dell'alfabeto espressivo dell'artista al quale la galleria Colossi Arte Contemporanea dedica la mostra personale dal titolo Kalopsíea cura di Raffaella A. Caruso. In mostra, sarà disponibile il catalogo, corredato dai testi di Raffaella A. Caruso e Guendalina Belli. 

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Daniela Forcella. Luoghi dell'anima

 

dal 15 settembre al 22 novembre 2018

invito forcella

La mostra è stata segnalata, tra gli altri, da:

bresciaoggi.it

exibart.com

In occasione della 57° Biennale di Venezia, nel 2017, l’artista milanese Daniela Forcella - Bellano (Lc),1959 - ha presentato le Cartografie, il culmine dell’evoluzione stilistica e spirituale della sua poetica, incentrata sull’icona universale del cuore, sulla forma sintetica di riduzione schematica che ha assunto nella postmodernità come stilizzato feticcio scultoreo del sentimento. 

Nei precedenti lavori, la sua pulsante vitalità viene modellata in plastiche volumetrie, tramite l’uso di resine policrome trasparenti, nei colori caldi del rosso vivo, del corallo, del giallo e del rosa acceso, o freddi che virano dal verde acido all’azzurro, dal blu delle profondità oceaniche al celeste del cielo. Queste miniature plastificate in stile neo-Pop divengono l’elemento modulare per la costruzione delle sue opere: impilati in bacheche di plexiglass, sopra molle di materasso sporgenti (Marilyn, 2013), accanto a piccole sfere, memori delle biglie della nostra infanzia (Hearts’ Games, 2015), oppure posti su cubi riflettenti (Towers, 2015), essi seguono un ritmo modulare nella ripetizione delle forme e dei colori per creare un formulario multicolor, memore della reiterazione della Pop Art, ma con un procedimento che richiama le Accumulations di Arman.

Nella trasparenza della resina sono racchiusi, come inclusions, polveri brillanti, farfalle, frammenti di foglia oro, pigmenti diluiti, simili a microcosmi pulsanti di vita. La vitalità di queste miniature viene smorzata inserendole nell’atmosfera neutrale della teca: essi vengono ibernati nel ghiaccio (Love Gate, 2015), accatastati in preziosi scrigni dei ricordi trasparenti (Girls’ Dream Box, 2015), incastonati come gemme sulla superficie specchiante del plexiglass (Rooms of Love, 2016), in una dimensione di temporalità immanente, uno spazio onirico e immaginifico, delimitato dalla cornice; qui si possono riflettere tutte le ipotetiche circostanze della vita, rappresentate metaforicamente dalla proliferazione di microsfere che formano l’icastica immagine del cuore (Pop Hearts, 2014). Il cuore in schiuma poliuretanica, sospeso in una teca (Nirvana, 2014), dalla superficie corrugata ne è la metafora: esso diviene il luogo dell’interiorizzazione e della sedimentazione delle memorie. 

Le Cartografie esemplificano il concetto con una trasformazione allegorica di sezioni di legno, sulle quali si stratificano le tracce dei percorsi esistenziali, incise come mappature altimetriche. All’artista sono state dedicate importanti mostre personali alla Villa Reale di Monza, al Palazzo Gargantini di Lugano, alla Terrazza Civita di Roma, al Palazzo d’Artista di Padova, sede della collezione Mediolanum Private Banking, e nel contesto di Art Basel. Una sua opera si trova nella collezione permanente del Museo Verticale di Palazzo Lombardia a Milano. 

Nel corso della mostra, sarà disponibile in galleria la monografia, dal titolo In viaggio, esaustiva dellintero percorso di indagine formale e stilistica dell'artista, a cura di Viviana Lavinia Algeri, corredata da contributi critici di Alan Jones, Christian Marinotti e Guendalina Belli, dalle fotografie di ©Filippo Bolzonella e ©Valerio Brambilla ed edita da Peruzzo Editore, Padova. 

Per maggiori informazioni, scarica il comunicato stampa

 

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Dario Brevi...altri racconti

invito Brevi

 

Da sabato 24 novembre 2018 a martedì 15 gennaio 2019

Annoverato, negli anni ‘80, dal critico Renato Barilli tra le fila dei Nuovi Futuristi, Dario Brevi - Limbiate (Mb), 1955 – con il filone più ludico e inventivo del futurismo storico, capeggiato da Balla e Depero, la volontà di “ricostruire l’universo” attraverso un’arte totale che inglobi tutte le forme espressive per creare un linguaggio inedito, in bilico tra naturale e artificiale, astratto e figurativo, pittura e scultura. Così sono le opere di Brevi: campiture cromatiche nette, definite da colori acidi e freddi vengono intagliate all’interno di un materiale industriale denso e corposo, il legno truciolare MDF, Medium Density Fireboard, e si fluidificano sulla parete con l’andamento ondeggiante delle loro forme plastiche e sinuose, dai contorni tondeggianti, in stile Neo-Pop. Lo studiato addensamento di queste particelle, che fungono da tratti costitutivi dell’immagine, genera iconografie plastificate, ricoperte dalla patina sfavillante di brillanti vernici acriliche; talvolta, sono gli squarci che si aprono all’interno di questi bassorilievi a definire, in negativo, sagome umane o naturali dalla consistenza onirica. Brevi rivisita l’oggettualità della Pop storica tramite il filtro della vocazione all’espansione ambientale tipica dell’arte povera e il minimalismo dell’arte concettuale conferendo un’inedita consistenza materica e pittorica all’opera; essa si configura come un caleidoscopico addensamento di masse definite da colori vividi che richiama l’inesausto fluire delle immagini nella comunicazione massmediatica e la loro smaccata artificialità. Al loro interno, lo spettatore si perde alla ricerca del soggetto, al quale le bizzarrie linguistiche del titolo conferiscono un afflato epico e un’allure contemporanea, richiamando tematiche come il rapporto uomo-natura, la guerra, il complesso equilibrio dell’ecosistema. Dagli anni '80 e '90, fino ad arrivare agli anni 2000, l’artista ha esposto, spesso in occasione di mostre dedicate al Nuovo Futurismo, in importanti spazi pubblici, musei e fondazioni in Italia, come il Mart di Rovereto (Tn), lo Spazio Oberdan, il Palazzo Reale e il Palazzo delle Stelline di Milano, oltre che in Germania, in Spagna, in Grecia, in Inghilterra, in Svizzera, a Cuba, in Brasile e in Finlandia. Recente è il successo delle personali presso l’Institut Jacques Delors di Bruxelles e il Museo Il Correggio.

La mostra è stata segnalata, tra gli altri, da:

Corriere della Sera

Bresciaoggi

Giornale di Brescia

Biancoscuro Art Magazine

Biancoscuro

Per maggiori informazioni, scarica il comunicato stampa

Max Bi. Crittografie

 

 

dall'8 settembre  al 22 novembre 2018 

max invito

maxbi scultura

Vi aspettiamo nei nostri spazi espositivi per visitare la mostra personale di Max Bi, Crittografie

In questa occasione, come potete vedere nella foto sopra, una monumentale sbarra ritorta in acciaio, realizzata appositamente per la mostra, è stata posta nella piazzetta di Corsia del Gambero, proprio di fronte agli spazi espositivi della galleria. 

La mostra è stata recensita, tra gli altri, da:

Barche

Artevista.eu

Corriere della Sera

Bresciaoggi

Art Around. The Italian Gallery Guide

Exibart.com

Juliet Art Magazine

Giornale di Brescia 

Max Bi, bresciano, classe 1973. Animato da un “nomadismo citazionista” ereditato dalla conoscenza di uno dei maestri della Transavanguardia, Sandro Chia, tra la ne degli anni ’90 e i primi anni 2000, inizia a sperimentare un’inedita commistione di linguaggi e tecniche espressive, estrapolati dalle più disparate correnti artistiche che hanno attraversato l’arte della seconda metà del XX secolo, della quale è un raffinato conoscitore, per giungere alla creazione di una sua personale cifra stilistica.

Nei primi anni 2000, l’artista ricrea i grafismi calligrafici dei writers, i loro tags, simili a grafemi primordiali, usando lo stencil e la bomboletta spray sulla tela grezza di iuta e traendo i suoi spunti gurativi dal panorama iconografico della Pop Art italiana, dalle maschere tribali di Paladino o dal graffitismo alla Basquiat, ma riletti in chiave informale, tramite stesure di carbone e limatura di ferro; nei primi decenni degli anni 2000, il tutto viene inglobato in un denso agglomerato di pennellate nere e bianche, tracciate con veemenza, memori della pittura informale di Vedova, così come degli addensamenti di graffi ed escoriazioni sui muri delle città, ai quali l’artista conferisce una connotazione materica, reinterpretandola con la tecnica, elaborata tra il 2003 e il 2008, dello strappo della iuta dal preparato di polvere di gesso, marmo o cemento steso sul muro, sul quale dipinge “a fresco”.

Se la pratica dello strappo ricorda il décollage di Rotella, quella dell’affresco ci riporta ai primordi dell’umanità, come se l’artista volesse “impoverire i segni” per tornare a forme archetipiche della cultura.

L’andamento ondulato, che chiude e dischiude forme astratte, tramite l’intreccio delle linee nere sulle tele e sugli affreschi su iuta più recenti rappresenta la stilizzazione di quell’addensarsi di marcati segni neri che, fin dagli inizi, ha caratterizzato le sue opere, memori dell’espressionismo astratto, per arrivare agli affreschi su iuta degli anni 2000 che raffigurano scorci urbani, intrecci di binari e tralicci dell’alta tensione, oltre a ritratti in stile pop di icone dello star system e istantanee di bolidi in corsa alla Mille Miglia.

Tramite il rituale catartico del processo di piegatura a caldo delle sbarre di acciaio, con la stessa voluttà con la quale lavora la terracotta, Max Bi flette questo materiale della modernità tecnologica in virtuosistiche contorsioni nello spazio; esse si configurano come la trasposizione plastica delle evoluzioni tracciate dalle pennellate stese con veemenza sulle ultime tele e dell’intreccio ortogonale delle sbarre che intrappolano i personaggi dei fumetti nelle tele del 2017-2018. L’artista ha esposto, in occasione di importanti mostre personali e collettive, a Parigi, a New York e, in Italia, a Villa Ponti ad Arona (No), al Palazzo Medici Ricciardi di Firenze, alla Torre Civica di Solferino (Mn), oltre che a Crema, Milano e Brescia. È stato, inoltre, vincitore, nel 2006, del Premio Homo Urbanus, indetto dalla Facoltà di Architettura di Palermo e finalista del Premio Celeste San Gimignano (Si)

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COLOSSI ARTE CONTEMPORANEA
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