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Angelo Zanella. L'arca delle meraviglie

flyer zanella

dal 19 ottobre al 21 novembre 2019 

Le opere dell’artista sono popolate da una grande varietà di animali, tale da farci pensare a quella della biblica arca che conteneva un esemplare di ogni singola specie, una biodiversità che è la manifestazione della potenza biologica della creazione e della sua capacità di adattamento alle varie situazioni climatiche. Il bestiario animato da tratti fortemente antropomorfi di Zanella, colto in movenze ed espressioni umanizzate, sguardi ammiccanti e penetranti, ci ricorda quanto gli animali raffigurati siano vicini all’uomo nella spiritualità che manifestano in quanto splendidi esemplari della creazione che meriterebbero di essere conservate in una ipotetica Wunderkammer del futuro, come reperti naturali. Essi vengono, infatti, indagati da Zanella con occhio attento e puntale tra le rugosità della pelle del rinoceronte e i solchi del muso di una scimmia, come si farebbe nell’illustrazione scientifica; ma, superando l’iniziale stupore per questo sconvolgente realismo, lo sguardo dell’osservatore scivola sulle morbide gradazioni chiaroscurali di una gamma cromatica che include tutte le sfumature del grigio per conferire la sua personale connotazione emotiva a queste raffigurazioni sfumate nella memoria, negli abissi del tempo, come un lontano ricordo. A ricordarci che questi animali non sono figure mitologiche portatrici di significati morali e filosofici, ma solamente appassionati interpreti delle meraviglie del mondo naturale, così vicino all’uomo, l’artista raffigura, con una pennellata materica, rinoceronti, ippopotami, elefanti, tigri, struzzi, scimmie, zebre, leoni, antilopi, ma anche lupi, agnelli, garzette, lepri e tori, dipingendoli su frammenti di carta da parati con motivi decorativi floreali, geometrici e tribali; essi ricordano la lussureggiante vegetazione della giungla o i bassorilievi mitologici custoditi sulle mura dei suoi antichi templi. Talvolta, ritroviamo un elefante, come arcana presenza straniante, su illustrazioni da giornale ottocentesco, un rinoceronte dalla possente mole inserito in una delicata evoluzione di fiori intrecciati, simile a quelle dei pannelli dei teatrini settecenteschi, oppure un agnello che si posa su un turbinio di cerchi. Nelle tele, elefanti, zebre e rinoceronti si posano su un pavimento con azzardate evoluzioni di geometrie in prospettiva, come in una stanza magrittiana. 

Laureatosi all’Accademia di Belle Arti di Brera, nei primi anni ‘90 apre uno studio a Parigi ed espone in occasione della Fiac Foire Internationale d’Art Contemporain e dell’Art Jonction a Nizza. Dopo numerosi viaggi in Francia e negli Stati Uniti, nel 2005 espone al Mars Pavilion, nel contesto della Biennale di Venezia. Negli anni 2000 seguono esposizioni a Colonia, in Germania, a Izmir, in Turchia e ad Amsterdam, oltre che in importanti luoghi pubblici, come La Salle d’Exposition du Service Municipal Culture et Animation di Beausoleil, in Francia, il Museo Archeologico di Agropoli (Sa), il Museo di Scienze Naturali di Genova, la Fondazione “L’Arsenale” di Iseo (Bs) e il Politecnico di Milano. Nel 2017 la Biblioteca Nazionale del Palazzo Reale di Napoli gli dedica la mostra personale On the river. Nel 2019 il ritratto di Gabriele D’Annunzio, da lui dipinto, viene inserito nella collezione del Vittoriale degli Italiani di Gardone Riviera (Bs). È presente a importanti rassegne di arte moderna e contemporanea, come Arte Fiera Bologna e Art Verona.

La mostra è stata segnalata, tra gli altri, da 

 

Bresciaoggi

Il Giorno

Qui Brescia e Qui Bergamo 

Giornale di Brescia

Quante storie sulla Luna...(1969-2019)

 

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Clicca qui per scaricare il comunicato stampa e l'elenco delle opere

Clicca qui per vedere le immagini delle opere

La mostra è stata recensita, tra gli altri, da

Corriere della Sera

Giornale di Brescia  

dal 13 aprile al 20 luglio 2019

Suggestioni ed emozioni, suscitate dallo sbarco sulla luna, sono state interpretate da oltre 50 artisti che hanno realizzato appositamente sculture, installazioni e opere pittoriche sull'argomento.

20 luglio 1969, alle ore 20:17:40 UTC: una data memorabile per la storia dell’uomo. A breve saranno cinquant’anni da quando l’uomo ha compiuto i primi passi sulla superficie lunare. 

Neil Armstrong, comandante della missione spaziale Apollo 11, si affaccia da uno sportello laterale del modulo lunare distaccatosi dalla navicella spaziale e discende una scaletta che lo porta sul suolo della luna; seguito, dopo qualche ora, da Buzz Aldrin, mentre l'italiano Michael Collins, nato a Roma, orbitava attorno alla luna, in attesa del rendez-vous. 

350 mila persone hanno progettato, fabbricato e collaudato i complicati sistemi e i mezzi all’avanguardia della tecnologia per lanciare l’equipaggio, oltre ad avere ideato le fasi delle varie manovre di aggancio e ancoraggio dei moduli che componevano l’astronave. Grazie alla loro genialità e al loro impegno, l’umanità ha finalmente “colonizzato” quel misterioso satellite che descrive una traiettoria ellittica intorno alla terra.

Dai primordi della storia, l’uomo lo ha osservato a distanza, volgendo il suo sguardo, denso di interrogativi, alla volta celeste: prima lo ha venerato come una divinità, poi ha cominciato a considerarla compagna della terra e, alla fine, l’ha raggiunta, l’ha toccata con mano, solcando lo spazio siderale che la separa dal nostro pianeta. 

I tre coraggiosi esploratori hanno percorso 384 mila chilometri, temendo in ogni istante per la loro vita, nell'intento di cambiare radicalmente la percezione dell’universo. 

900 milioni di persone quella notte erano davanti alla televisione. Purtroppo il segnale era pessimo e quello che riuscimmo a vedere erano soltanto ombre sfocate e voci confuse. La luna, fino a quel momento, era stata un fenomeno letterario e all'improvviso divenne un fatto reale. Seguire in tv le fasi della conquista, potendo allo stesso tempo vedere la luna dalla finestra di casa propria fu, come disse, il sociologo Domenico De Masi, “avere il teatro di Vienna in giardino e osservare il palco dal piccolo schermo”. In compenso, da quel momento, la luna, di cui vennero diffuse mappe e dati tecnici, perse un po' del proprio mistero e anche l'interesse mediatico, da quel momento, ebbe un forte declino. 

Come sentendo di essere di fronte allo svolgimento di un evento storico, l'umanità rimase attonita, quasi per rispetto: quella dell'allunaggio fu la prima notte senza furti ne rapine da 10 anni a quella parte: a Milano il centralino della polizia squillò solo 2 volte (per una lite e per un falso allarme); a Bologna e a Roma il copione non fu diverso. L'allunaggio ruppe le nostre certezze, annullò ogni differenza tra categorie e classi sociali: ognuno di noi si sentiva un uomo qualunque tra miliardi di uomini qualunque, troppo piccoli di fronte alla grandezza della vicenda.

L'applauso per il primo passo di Neil Armstrong fu un gesto che accomunò l'Italia e il mondo. Tutti si immedesimarono in quei tre astronauti che non erano supereroi, ma persone normali con i limiti, le debolezze e le insicurezze di ogni uomo. 

Opere di: 

Aidan, Guido Airoldi, Daniele Alonge, Andrea Anselmini, Bruno Bani, Ilde Barone, Dorothy Bhawl, Max Bi, Stefano Bombardieri, Corrado Bonomi, Fabrizio Braghieri (Bixio), Angelo Brescianini, Dario Brevi, Massimo Caccia, Marco Casentini, Gianni Cella, Amanda Chiarucci, Angelica Consoli, Fabrizio Corbo, Luigi D'Alimonte, Sandro Del Pistoia, Ivan De Menis, Marica Fasoli, Manuel Felisi, Claudio Filippini, Andy Fluon, Daniela Forcella, Enzo Forese, Andrea Francolino, Theo Gallino, Michael Gambino, Giorgio Gost, Riccardo Gusmaroli, Omar Hassan, Mimmo Iacopino, Ugo La Pietra, Giorgio Laveri, Adolfo Lugli, Roberto Malquori, Pep Marchegiani, Demis Martinelli, Angelo Raffaele Marturano, Daniele Miglietta, Gian Marco Montesano, Elena Monzo, Luca Moscariello, Barbara Nati, Patrizia Novello, Renzo Nucara, Daniele Papuli, Lia Pascaniuc, Lele Picà, Ario Pizzarelli, Pino Polisca, Rudy Pulcinelli, Sandi Renko, Edoardo Romagnoli, Alessandra Rovelli, Lapo Simeoni, Marco Sudati, Giorgio Tentolini, Vincenzo Todaro, Nicolò Tomaini, Giovanni Viola, Andrea Viviani, Carla Volpati 

Giorgio Tentolini. Kalopsíe

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La mostra è stata recensita, tra gli altri, da:

Arte Mondadori

Corriere della Sera 

Giornale di Brescia

Lombardianotizie.it

Nelle opere di Giorgio Tentolini -Casalmaggiore (Cr), 1978- l'attitudine a cogliere l'imponderabile diviene pregnante. L'immagine emerge nell'atmosfera emotivamente neutra con la consistenza impalpabile di un ricordo, eterea e leggera nei chiaroscuri come un disegno a grafite su carta, grazie alla sovrapposizione di strati di un materiale metallico come la rete, lasciando intatti i dettagli fisionomici di un volto (le “jeunes-filles”), di un busto o di una statua classici (Pagan Poetry), così come gli elementi strutturali di un interno (Immobili, 2018). Le maglie della rete filtrano l'essenzialità, le linee portanti di un momento che si cristallizza nella memoria intangibile di un ricordo, come avveniva nel ciclo di lavori che dà origine alla poetica della rete metallica (Kairos-Kronos, 2007). I soggetti diventano intercambiabili nella rete di interconnessioni sociali generata dall'artista, diventano assenti, “soggetti identificativi non-umani”, come i manichini delle vetrine dei negozi (Presenze, 2018-2019), colti in un attimo fuggevole (Lapse) che sembra smaterializzarsi e ricomporsi tardivamente nella nostra vista. Ciò che resta è la cristallizzazione di un ricordo, stratificato, oltre che nel tempo e nello spazio della rappresentazione dell'opera, anche all'interno della corteccia cerebrale, dove l'immagine si imprime e si sedimenta quando viene percepita; o meglio, la sua labile traccia, viziata dal fenomeno che i neurologi chiamano Kalopsía, ovvero la sensazione che ogni cosa risplenda di una bellezza intensa, causata da lesioni alla corteccia parietale destra del cervello. 

Queste sono le caratteristiche dell'alfabeto espressivo dell'artista al quale la galleria Colossi Arte Contemporanea dedica la mostra personale dal titolo Kalopsíea cura di Raffaella A. Caruso. In mostra, sarà disponibile il catalogo, corredato dai testi di Raffaella A. Caruso e Guendalina Belli. 

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Manuel Felisi. Trasmutazioni

Da sabato 23 marzo a domenica 14 aprile 2019 

La mostra è stata recensita, tra gli altri, dal 

Giornale di Brescia 

Nelle opere di Manuel Felisi (Milano, 1976) la dimensione temporale della coscienza si materializza in un substrato denso, capace di generare un’atmosfera emozionale soffusa e trasognata. Questo fondale nasce da una stratificazione di interventi che rielaborano motivi simbolici tratti dalla natura tramite un’eclettica varietà di tecniche espressive; essi, livello dopo livello, si sovrappongono come tracce della memoria esistenziale dell'uomo, prendendo la forma della dissolvenza delle forme nel ricordo.

Sulle composizioni ortogonali di piccole tele o nelle inclusions in resina dell’artista si amalgamano interventi pittorici che definiscono le forme esornative dal carattere stilizzato dei fiori, impresse anche con l’uso di vecchi rulli decorativi atti a riportare motivi decorativi su carte da parati, collage di garze o vecchi tessuti impregnati di storia, vecchie fotografie, francobolli, talvolta impressi con un transfer su tela emulsionata. Questo assemblaggio di elementi viene suggellato dal procedimento meccanico con il quale l’artista trasferisce sulla tela l’eterea e impalpabile impressione nata da attimi fuggevoli di grande lirismo, visioni epifaniche che lo scatto fotografico di Felisi ha sottratto dall’incessante affastellamento di immagini della comunicazione mass-mediatica, restituendo loro l’aura benjaminiana. 

Così, sagome di persone, corpi che nuotano fluttuando in un amalgama di motivi decorativi floreali, ritratti, dettagli architettonici di monumenti, poetici skyline di città in penombra rivivono, nella forma della reminiscenza e rivestiti dalla patina del ricordo, nella stratificazione polimaterica di pittura, collage, stampa fotografica creata assemblando con pazienza livello per livello dall’artista, capace di muoversi tra le tradizionali pratiche manuali della pittura e della decorazione e le nuove metodologie digitali di elaborazione e stampa delle immagini fotografiche. Trasmutazioni è, dunque, il titolo della personale che la galleria Colossi Arte Contemporanea gli dedica, proprio perché, tramite successivi stadi di rielaborazione di materiali evocativi, l’artista fa rinascere suggestioni momentanee sottratte al reale tramite uno scatto fotografico proiettandole verso l’infinito. Lo stesso fanno le ramificazioni degli alberi in penombra che si addensano, creando vertiginose prospettive ascensionali (Vertigini), sull’articolata composizione di elementi dei fondali, scanditi dalla visione frammentaria creata dalla griglia ortogonale delle tele (o dalle strisce rettangolari inserite dall’artista) che scandisce razionalmente lo spazio. 

Le fronde degli alberi sono un soggetto caro all’artista, come lo sono i fiori; questo non solo perché metafora di un mondo naturale vessato dallo sviluppo industriale, ma anche in quanto memori di una situazione vissuta in prima persona come cittadino di Lambrate, in una zona vicina al suo luogo di ispirazione: il Parco Lambro, inghiottito dalla metropoli milanese. La complessa architettura delle fronde viene, talvolta, impressa, nell’ultimo ciclo di lavori (Alberi vertigine, 2018), su frammenti informi di cemento, lasciando intravedere l’intelaiatura di barre d’acciaio, come fosse una nervatura. L’espandersi dei rami ricorda un reticolo di vasi sanguigni, diventa metafora dello scorrere di una fantomatica linfa vitale, dell’inesausto rigenerarsi della vita nel mondo biologico, vegetale quanto umano, che anela, come i soggetti delle opere di Felisi, a vivere in una dimensione fluida, trasognata, di temporalità immanente, scandita solamente da una successione di elementi che trasmutano la loro consistenza materica in un substrato incorporeo. 

Felisi ha esposto presso Casa Batlló a Barcellona, presso il Design Distric di Miami, a Londra, Istanbul e, in Italia, presso il Marca di Catanzaro, la GAM. Galleria d'Arte Moderna di Genova, il Centro d'Arte Contemporanea del Castello di Rivara (To), il Palazzo dei Principi di Correggio (Re), il Museo Carlo Bilotti di Roma, il Castello di Trezzo, lo Spazio Oberdan e il Museo della Triennale di Milano. In occasione della Biennale Italia-Cina, ha esposto a Pechino, presso il Palazzo Te di Mantova e la Villa Reale di Monza. L’artista è presente alle principali rassegne d’arte a livello nazionale e internazionale: MiArtArtVeronaArtefiera BolognaCutlog Parigi, Art Basel MiamiArt ParisContemporary Istanbul e Art London.

Dario Brevi...altri racconti

invito Brevi

 

Da sabato 24 novembre 2018 a martedì 15 gennaio 2019

Annoverato, negli anni ‘80, dal critico Renato Barilli tra le fila dei Nuovi Futuristi, Dario Brevi - Limbiate (Mb), 1955 – con il filone più ludico e inventivo del futurismo storico, capeggiato da Balla e Depero, la volontà di “ricostruire l’universo” attraverso un’arte totale che inglobi tutte le forme espressive per creare un linguaggio inedito, in bilico tra naturale e artificiale, astratto e figurativo, pittura e scultura. Così sono le opere di Brevi: campiture cromatiche nette, definite da colori acidi e freddi vengono intagliate all’interno di un materiale industriale denso e corposo, il legno truciolare MDF, Medium Density Fireboard, e si fluidificano sulla parete con l’andamento ondeggiante delle loro forme plastiche e sinuose, dai contorni tondeggianti, in stile Neo-Pop. Lo studiato addensamento di queste particelle, che fungono da tratti costitutivi dell’immagine, genera iconografie plastificate, ricoperte dalla patina sfavillante di brillanti vernici acriliche; talvolta, sono gli squarci che si aprono all’interno di questi bassorilievi a definire, in negativo, sagome umane o naturali dalla consistenza onirica. Brevi rivisita l’oggettualità della Pop storica tramite il filtro della vocazione all’espansione ambientale tipica dell’arte povera e il minimalismo dell’arte concettuale conferendo un’inedita consistenza materica e pittorica all’opera; essa si configura come un caleidoscopico addensamento di masse definite da colori vividi che richiama l’inesausto fluire delle immagini nella comunicazione massmediatica e la loro smaccata artificialità. Al loro interno, lo spettatore si perde alla ricerca del soggetto, al quale le bizzarrie linguistiche del titolo conferiscono un afflato epico e un’allure contemporanea, richiamando tematiche come il rapporto uomo-natura, la guerra, il complesso equilibrio dell’ecosistema. Dagli anni '80 e '90, fino ad arrivare agli anni 2000, l’artista ha esposto, spesso in occasione di mostre dedicate al Nuovo Futurismo, in importanti spazi pubblici, musei e fondazioni in Italia, come il Mart di Rovereto (Tn), lo Spazio Oberdan, il Palazzo Reale e il Palazzo delle Stelline di Milano, oltre che in Germania, in Spagna, in Grecia, in Inghilterra, in Svizzera, a Cuba, in Brasile e in Finlandia. Recente è il successo delle personali presso l’Institut Jacques Delors di Bruxelles e il Museo Il Correggio.

La mostra è stata segnalata, tra gli altri, da:

Corriere della Sera

Bresciaoggi

Giornale di Brescia

Biancoscuro Art Magazine

Biancoscuro

Per maggiori informazioni, scarica il comunicato stampa

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