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Un artista pensa, ovvero fa, l’opera; lavora sugli elementi che la costituiscono: il colore, il supporto, fino al muro che l’accoglie.

Un’opera che è magmatica, incandescente ed al contempo coerente, riflessiva, ipnotica.

Pino Pinelli rifletteva, alle soglie degli anni Settanta, come un guerriero bendato che cerca la luce della pittura, come egli stesso ama definirsi. Iniziava allora con il dichiarare guerra alla geometria euclidea, distorcendo lati e sommovendo perimetri; calcolava aree instabili a forza di colore dato con l’aeropenna, negava teoremi chiamandoli Topologie, Trasformazioni.

Monumenti sconnessi di una forma destinata alla dispersione nel monocromo blu, rosso, giallo. Sceglieva poi i colori primari e qualche complementare, come il grigio, il bianco, il nero: a partire dal colore, “volevo sentire corporalmente la pittura”, ci ha raccontato.

Pittura analitica, la definiva la critica, o anche Grado Zero della Pittura, Oltre il Monocromo, Pittura-Pittura…

Ma ancora oggi, a parlare con lui, pare che l’unica cosa che voglia suggerirci altro non sia se non la possibilità d’addentrarsi nei morbidi anfratti della superficie pittorica, come se si trattasse di dune nel deserto mosse dal vento.

Non poteva mancare, come è oramai nostra tradizione, a completamento della mostra la presentazione di un catalogo ricco di immagini e fotografie anche vintage, degli anni Settanta, che ritraggono e raccontano le sue vicende creative e biografiche, ulteriormente approfondite dall’esclusiva intervista su DVD che abbiamo realizzato.

Partite dal colore, e seguitene le tracce…

 

COLOSSI ARTE CONTEMPORANEA
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