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Gianni Bertini. Macchine del tempo

L'ampia selezione di opere dell'artista toscano che la Galleria Colossi presenta in anteprima in questa mostra ci offre un'inedita panoramica della sua ricerca, unica e indipendente che, pur nutrendosi di un'incredibile varietà di linguaggi, riesce a rielaborarli mantenendo uno stile personale ed inconfondibile: interpreta mezzo secolo di arte con grande coerenza sondando la natura fisica della tela con le sue ricerche astratte sulla linea e il movimento aderendo al MAC (Movimento Arte Concreta) negli anni '50-'51; negli anni '50-'60 inventa un gesto informale estremamente personale ispirato al mondo tecnologico e, negli anni '60-'70, scopre la Mec Art (arte meccanica), utilizzando la tecnica del riporto fotografico su tela emulsionata. Sempre alla ricerca di uno spazio ideale al limite tra l'illusione e la realtà, sa cogliere dal Futurismo lo spirito del movimento nella concezione di uno spazio immaginario che ci trascina verso le fasi primordiali di origine della vita, verso l'abisso della creazione. Bertini aderisce al MAC per esplorare il mondo della linea e del tratto in composizioni astratte dall'aspetto grafico che sembrano espressioni visuali di un codice meccanico, scanditi in moduli elementari dalla contrapposizione punto-linea, positivo-negativo, bianco-nero. Nel 1951 Bertini si accosta all'esperienza informale approcciandosi al Movimento Arte Nucleare con Baj e Dangelo e inventa un suo personale universo astratto, composto da filamenti, macchie e sgocciolature che ricordano esplosioni di magma vulcanico che gli servirà per ricomporre, tra il '53 e il '60 l'apparente anarchia del gesto materico dell'informale ricomposto secondo la sua consueta logica razionalista (Bertini ha conseguito una laurea in matematica nel 1947) dove ogni elemento – prospettive, traettorie, linee e segni – ha una funzione strutturante. Ben presto le coesioni organiche delle sue tele, date dagli addensamenti di materia, si definiscono in forme meccaniche, pezzi di motore, mentre le forme aleatorie costituite dal colore si definiscono e le linee si fanno più nette e precise.

Le opere di Bertini reinterpretano il futurismo meccanico di Balla, Depero e Prampolini con immagini che inneggiano al dinamismo, allo scatto fulmineo dei motori con i loro ingranaggi meccanici e i titoli delle opere accennano alla mitologia per cantare la nuova epica della modernità tecnologica. A partire dall'inizio degli anni '60, scopre la tecnica della Mec Art: l'artista si appropria di immagini ritagliate prodotte e provenienti dallo spirito della società contemporanea e le reinterpreta ammantandole di un'aura onirica, mitica grazie ad una tecnica di trasformazione dell'immagine che assorbe e mostra le tematiche affrontate, della sessualità, dell'erotismo, dello sport, spesso riferendosi all'analogia donna-macchina in una gestualità morbida, inserendo sempre con grande coerenza i tratti informali dei suoi lavori precedenti. Nella logica narrativa delle sue opere il tratto pittorico inconscio si unisce al riferimento esplicito dell'immagine rubata per raccontare un'attualità brulicante di avvenimenti, dalla guerra agli sport di velocità, mediante la rappresentazione di vetture sportive; le sue opere sono “macchine del tempo” che declinano all'infinito i contrasti che da sempre caratterizzano l'umanità, così come l'evoluzione tecnologica, per raccontare una mitologia del quotidiano sa imprimersi nella memoria: la dialettica tra il bene e il male stigmatizzata nell'immagine della donna, Venere inaccessibile e onnipresente, in cui si oppongono bruttezza e fascino, violenza e dolcezza. Le sue opere sanno cogliere l'andamento del “motore dinamico del mondo, l'energia cosmica, la quintessenza reale della vita”, come sosteneva Pierre Restany. La mistificazione della realtà avviene accostando la trasposizione delle immagini ad un gesto spontaneo elaborando una sorta di pittura tecnologica.

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