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Severino Del Bono. Fortunae

Stupisce, infatti, che parlando d’arte, Del Bono evochi nomi quali Caravaggio e Artemisia Gentileschi, Egon Schiele e Francis Bacon, pittori in cui il dramma della rappresentazione esplode in paradigmatici episodi di violenza stilistica e iconografica. Ma proprio in questo affascinante contrasto risiede il mistero della sua pittura, in questa energia trattenuta, vigile, che inserisce le figure in uno schema ricorsivo, salvo poi lasciarne affiorare il calore sull’epidermide, sulle labbra turgide, sulle espressioni, così spesso modulate in variazioni minime, ma vividissime. Ai suoi ritratti, cui è intenzionalmente sottratta la potenza evocativa dello sguardo, Severino Del Bono impone un diverso tipo di eloquenza. Come i ciechi, che acuiscono i propri sensi per supplire alla mancanza della vista, così Severino Del Bono concentra l’espressività dei suoi soggetti nei volti, in ciò che resta della fisionomia femminile, ma non si limita a questo. Inserisce anche una serie di oggetti e accessori, particolari complementari che con quelle figure intrattengono un enigmatico gioco di rimandi ed evocazioni. Gli occhi, che Dante chiamava “luci”, evocando così lo splendore interiore che da essi promana, sono il centro focale della ritrattistica. Per un pittore di figure qual è Severino Del Bono, rinunciare alla loro rappresentazione significa, dunque, sfidare la pittura sul piano della narrazione indiretta, accettare di “raccontare” con elementi essenziali, facendo a meno dello strumento espressivo più efficace, ma in fondo anche più semplice. E questo, in tempi di estrema facilità comunicativa, non è questione di poco conto. Come ha affermato l’artista, “dietro gli occhi chiusi c’è un chiudersi al fuori e un aprirsi al dentro”, sentenza gnomica che prefigura un’idea di ritrattistica in grado di oltrepassare i confini della mimesi e penetrare nelle profondità della psiche. Perché, pur costatando la vena realistica della sua pittura, così attenta a cogliere la verità epidermica dell’incarnato e dell’espressione, appare chiara in lui la presenza di una tensione metafisica, che oscilla tra straniamenti surreali e tentazioni pop. Non è un caso, che nella mitologia classica, il dono della profezia si accompagni spesso alla cecità, come una sorta di compensazione.

 

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