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Tino Stefanoni. Ironia poesia e così sia

Sopravvissuto con ironia e poesia, come allude il titolo attentamente studiato, attraverso la sua opera il Maestro lecchese non smette di porci domande, rivolgendole al pubblico con un'ironia colma di lieve lirismo.

Un’opera costruita attraverso una sorvegliata selezione, e prima ancora elaborazione, di segni visivi, vocaboli iconici di un linguaggio con cui l’artista assembla e racconta storie, descrive luoghi e still life fin dai primi anni Sessanta, dopo gli studi al Liceo Artistico Beato Angelico ed alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Poeta, certo. Ma la poesia, come bene insegna la storia, è anche frutto di una serie di “costrizioni”, di calcoli e regole che la pittura di Stefanoni ha saputo – o meglio, voluto – accogliere fin dalle prime esperienze. Gli furono in questo utili gli studi architettonici, l’attenzione alle regole della costruzione e prima ancora del disegno, l’incalzare della priorità progettuale. Punti di fuga, linee e tracciati. Ordine, precisione. Incasellamenti d’icone, scaffali di vocaboli pittorici, finestre di calcolo aperte su orizzonti metafisici.

Erano i primi anni Sessanta, quando la ricerca già ben avviata di Stefanoni iniziò ad essere seguita dalla critica più attenta e di alto profilo internazionale, da Crispolti a Dorfles, ed esposta: potremmo allora passare in rassegna, dal 1967 in poi, le sue personali alle storiche gallerie Il Canale a Venezia, Apollinaire a Milano, Bertesca a Genova, La Chiocciola di Padova, la sua partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1970, seguendo poi un lungo elenco di mostre, collettive e personali, in importanti luoghi espositivi internazionali, fino ad oggi.

Potremmo allora ricordarci le grandi tele degli anni Sessanta, dove un oggetto, una penna o una tazza, prende il proprio posto, ordinato come una colonna, chiaro come una regola matematica, eppure complesso come un linguaggio in codice. Oppure, oggi, percorrere i suoi delicati Paesaggi, provare ad entrare in quelle case che s’affacciano dalle sue tele, passeggiare per i vialetti sottili fra verdi colline, sperimentare notti e giorni dai colori artificiali, quei colori che sulla tavolozza dell’artista stanno a significare il suo reiterato tentativo d’astrazione di una natura e di un sentire che a tutti appartengono – e ciascuno di noi può ancora riattivare e trasformare. Sono queste, infatti, le opere esposte in mostra, fino alle recentissime Sinopie, opere che giocano con il nome antico dell'immagine preparatoria degli affreschi, tracciata con solenne attenzione sull'arriccio, prima di procedere alla pittura. Sinopia, ovvero lieve traccia di quel che sarà pittura, ma anche ritorno alle sue origini, apparizione e insieme sparizione dell'arte, come suggerisce il morbido contorno nero del colore che sfuma sulla tela, come sciogliendosi fra le sue trame.

Una trasgressione giocata con ironia e poesia, commentano Daniele e Antonella Colossi. E così sia, chiosa con un sorriso Tino Stefanoni.

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