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Intervista a Giorgio Tentolini. La leggerezza del tulle

 

Negli ultimi anni ha usato tanti materiali diversi spaziando tra molti mezzi espressivi. Il dato comune rimane quello di scavare nella forma, esplorando una sorta di quarta dimensione. Ma c’è da sottolineare la leggerezza del tulle che caratterizza gli ultimi lavori. Può spiegare il percorso che, dalle prime sculture, ai lavori su cartone, l’hanno portata a quel tessuto impalpabile che è il tulle?


I materiali sperimentati e amati nel corso degli anni rispondono alle diverse scelte tematiche e ai soggetti che via via catturano la mia attenzione oppure salgono spontaneamente dagli strati profondi della mia memoria e della mia immaginazione. La scelta del tulle ad esempio nasce dal desiderio di rappresentare la persistenza delle immagini che dal passato, come in un mare profondo, emergono sulla superficie del presente. È un aspetto importante che si sta smarrendo nella nostra epoca e nella nostra società. Il tulle è metaforicamente una sorta di setaccio che filtra la polvere dei giorni, delle icone, della storia, ne trattiene l’anima di alcune e altre le trasforma.

 

Il soggetto umano, la figura e il volto sono decisamente preponderanti nelle sue opere rispetto al racconto della natura o delle città. Come mai?


Il corpo e il volto portano su di sé i segni del tempo, sono parti di una storia che emerge costantemente nel presente. L’ultima fase della ricerca si sta rivolgendo ai temi classici, raccontati attraverso la delicatissima tecnica di sovrapposizioni di strati di tulle monocromi ritagliati. Altri lavori invece riguardano le periferie urbane, anch’esse indagate attraverso il lavoro sul tulle. In altri casi è la natura, animale o vegetale a catturare la mia attenzione. Una natura mutevole e metamorfica, un’umanità in continuo movimento e trasmutazione, dentro e fuori dalla storia…

 

Non è facile definire il suo lavoro nel complesso. Si sente più pittore o scultore?

Non posso rispondere con una definizione univoca e precisa. Se di fatto la prima percezione dell’opera è bidimensionale, questa nasce dalla sovrapposizione di strati di materiale lavorato e quindi la componente tridimensionale potrebbe classificare i miei lavori in ambito scultoreo. Memore della magistrale lezione di Michelangelo Buonarroti agisco per “via di levare”, togliendo materia impalpabile per fare emergere l’immagine in essa contenuta, leggera e mutevole. Mi piacerebbe definire allora queste opere come “sculture di luce” perché si compongono di diversi strati di materia e di livelli di chiaro-scuro… ognuna si presenta come una sorta di velatura o per meglio dire, di ri-velazione, tra pittura e scultura, tra presente e passato.


Mariateresa Cerretelli
April 24, 2014

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