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Il maestro toscano Roberto Malquori espone al Museo del Risorgimento di Torino fino al 17 settembre

sessantaRoberto Malquori, grande protagonista italiano della Pop Art internazionale, unico italiano ad aderire al Bauhaus Situazionista Scandinavo e ad esporre successivamente in Germania, in Svezia e in Olanda, è stato invitato a pertecipare all'accurata selezione di artisti che verranno esposti, nella suggestiva cornice del Corridoio della Camera Italiana a Palazzo Carignano, per rappresentare ed accostare, nel percorso della mostra, due momenti epocali nella storia dell'arte italiana: gli anni Sessanta dell’Ottocento e del Novecento. Si trattò di due momenti di rottura e di grande innovazione che, allo stesso modo, seppur in maniera diversissima, generarono nuovi modelli artistici e pittorici
Attraverso la commistione di 42 opere di autori della Pop Art italiana e delle collezioni del Museo Nazionale del Risorgimento si proporrà un percorso per suggestioni, analogie e antitesi affidate ai grandi maestri delle due epoche: Massimo d’Azeglio, Carlo Bossoli, Cesare Bartolena, Michele Cammarano, Raffaele Pontremoli, Angelo Trezzini per la parte ottocentesca e Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Renato Mambor, Mimmo Rotella, Giosetta Fioroni, Emilio Tadini, Enrico Baj, Gianfranco Pardi, Gianni Bertini, Roberto Malquori, Ugo Nespolo, Piero Gilardi, Aldo Mondino, per quella novecentesca.

Cento anni possono bastare a ridefinire la storia di un Paese, per quanto giovane, che in quello stesso secolo affronterà due guerre mondiali, la dittatura, fino alla democrazia? Senza dimenticare lo sviluppo tecnologico, la creazione di infrastrutture, la progressiva scolarizzazione, il definitivo passaggio alla contemporaneità.

Ed è forse possibile che ad alcuni momenti cruciali nella storia corrispondano altrettanti momenti in cui l’arte e la cultura abbiano cavalcato lo stesso entusiasmo, mettendo in campo nuove energie, ridiscutendo così parametri e coordinate?

Dai ’60 ai ’60. Un secolo dopo l’Unità d’Italia, la Pop Art è un progetto di mostra del tutto particolare, che inaugura la nuova stagione al Museo Nazionale del Risorgimento di Torino sotto la direzione di Ferruccio Martinotti, che ne è co-curatore insieme a Luca Beatrice. Non è solo l’arte di oggi, in particolare quella della grande stagione del Pop italiano, a entrare nello scrigno del nostro Ottocento, ma anche la sorpresa di mettere in cortocircuito alcune opere, immagini e figure del Risorgimento con l’espressione figurativa più significativa dell’era del boom economico e della crescita industriale e culturale del Paese, cent’anni dopo la ratifica dell’Unità.

Un percorso, dunque, che si propone, attraverso 42 testimonianze artistiche delle due epoche mescolate tra loro in un allestimento sorprendente e inconsueto, di ingenerare suggestioni di “dialogo” non didascaliche, né didattiche, ma visuali, dove sarà il visitatore a ricercare connessioni per analogia e/o antitesi che inneschino curiosità emozionali, dalla storia fino all’attualità.

Il 1860 si caratterizza per l’eccezionalità dell’impresa dei Mille, Garibaldi è l’eroe per antonomasia. Poco meno di un anno dopo, nel 1861, viene sancita l’Unità d’Italia: nell’arco di appena ventitré mesi nasce, in modo imprevisto, rapido e contraddittorio, un Regno non ancora del tutto completato, con ventisei milioni di abitanti. È uno Stato nuovo, perché mai esistito prima nella geografia politica europea e uno stato vecchio, innestato sulla solidità del Regno di Sardegna.

L’Italia, dopo secoli di frammentazione, riunisce diversità abissali e squilibri territoriali, economici, sociali e culturali, riflettendo in scala ridotta le più radicali diversità presenti in Europa in quegli anni: liberalismo, sviluppo economico, segmenti sociali dinamici accanto a grandi sopravvivenze feudali, un’antica tradizione di alta cultura a fianco di un analfabetismo tra i più elevati del vecchio continente.

Il nuovo regno nel suo primo decennio di vita deve confrontarsi con enormi difficoltà e incertezze: dai costi elevati per le infrastrutture e l’intero apparato dello Stato, alla drammatica lotta contro il brigantaggio; dai moti che lacerano Torino per lo spostamento della capitale a Firenze, all’annessione del Veneto con la Terza Guerra di Indipendenza, fino alla “questione romana” che, dopo i falliti tentativi garibaldini fermati ad Aspromonte e Mentana, viene risolta con la decisione del governo italiano di occupare Roma il 20 settembre 1870.

Cento anni dopo, nel 1961, l’Italia entra a pieno titolo nella contemporaneità. Boom economico, aumento significativo del pil, esplosione demografica verificata con il censimento del 1961, definitivo inurbamento e spostamento migratorio interno verso le metropoli, dove si trova una maggiore occupazione rispetto alle campagne e alla provincia. Il volto dell’Italia cambia rapidamente, anche se sono passati appena quindici anni dalla fine del fascismo e della devastazione bellica. Automobili, autostrade, piccoli elettrodomestici fanno da specchio alla conquista di una diversa qualità della vita nel Bel Paese. Senza contare il ruolo dell’industria culturale: arte, cinema, teatro, editoria, televisioni sono i settori in cui si registrano i segni più forti di questo cambiamento. Espressione dell’arte dei paesi più evoluti, Inghilterra e Stati Uniti in particolare, la Pop esplode anche in Italia, diventando almeno fino al 1967 il genere pittorico più interessante proprio perché intrinsecamente collegato ai fenomeni sociali del tempo. E, forse per la prima volta, sorpassa un certo regionalismo tipicamente italico per affermarsi a livello nazionale: da Roma –con gli artisti di piazza del Popolo- a Milano; da Firenze a Torino, che proprio nel 1961 ridisegna l’intero quartiere di Italia ’61, la Pop Art di casa nostra stabilisce un ponte soprattutto con New York, in particolare per la leggendaria mostra The New Realist alla Sidney Janis Gallery che vede la partecipazione, tra gli altri di Mimmo Rotella e Mario Schifano.

Dai ‘60s ai 60’s prova a coniugare questi due momenti epocali della storia italiana attraverso l’arte, in un ideale confronto che accosti le opere ottocentesche della collezione del Museo Nazionale del Risorgimento ai principali interpreti del Pop negli anni Sessanta del Novecento.

Il decennio ottocentesco è affidato alla selezione di due tempere del racconto per immagini di Carlo Bossoli, reporter eccezionale dei fatti d’arme delle località e delle battaglie che fecero da sfondo all’unificazione nazionale e la cui notissima collezione, commissionata da Eugenio di Savoia Carignano e dagli editori londinesi Day & Son, fa parte dell’esposizione permanente del Museo. Larga parte dell’illustrazione è rappresentata poi dalla pittura di storia che, lanciata dal Concorso Ricasoli nel 1859, dilagò negli anni Sessanta dell’Ottocento, divenendo un vero e proprio fenomeno di moda. La pittura di storia, tipica dell’arte risorgimentale italiana, con il proprio fondamentale carattere celebrativo, era allo stesso tempo espressione emblematica di quei pittori–soldati volontari, che parteciparono alle campagne per l’indipendenza, spesso tra le file dei volontari garibaldini, ritraendole poi nei propri quadri. Alle tele di Cesare Bartolena, Michele Cammarano, Raffaele Pontremoli, Angelo Trezzini fanno così da contrappunto quelle di Massimo d’Azeglio e del militare di carriera Cerruti Bauduc alternate nell’esposizione alle grandi fotografie di eventi e volti che segnarono il decennio.

Gli anni ‘60 del Novecento sono per contro rappresentati in mostra da opere dei seguenti artisti contemporanei, provenienti da collezioni pubbliche, private, con un significativo nucleo gentilmente concesso dalle collezioni Intesa Sanpaolo Gallerie d’Italia: Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Renato Mambor, Mimmo Rotella, Giosetta Fioroni, Emilio Tadini, Enrico Baj, Gianfranco Pardi, Gianni Bertini, Roberto Malquori, Ugo Nespolo, Piero Gilardi, Aldo Mondino.

La mostra e il catalogo sono a cura di Luca Beatrice e Ferruccio Martinotti.

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