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Andy Warhol

(Pittsburg, 1928 – New York, 1987)

Ladies and Gentlemen: al centro, il volto. E attorno, il vuoto
 
“…La procedura di Andy per fare un ritratto era alquanto elaborata. Cominciava col mettere il soggetto in posa e gli scattava una sessantina di foto con la Polaroid…Da quelle sessanta ne sceglieva quattro e le faceva stampare per farne delle diapositive 8 x 10 su acetato. Tra tutte sceglieva un’immagine, decideva dove tagliarla e poi la truccava per far apparire il soggetto più attraente possibile: a suo piacimento allungava i colli, rimpiccioliva i nasi, gonfiava le labbra o schiariva la carnagione. In breve, faceva agli altri quello che avrebbe voluto che gli altri facessero a lui…”. 1 Da quest’immagine lo stampatore otteneva la serigrafia.
Così nacquero, nel 1975, anche i dieci travestiti neri della serie intitolata Ladies and Gentlemen. Perfetti sconosciuti, attentamente scelti, fotografati, dipinti e soprattutto trasformati dall’artista con un intervento pittorico vistoso, fatto di pesanti segni grafici e larghe pennellate di colore spesso indifferenti ai contorni del soggetto. Cosa sanno, quali segreti custodiscono questi volti eccitati, eppure bloccati,
conturbanti e indifesi, i cui profili emergono fra vivaci macchie cromatiche, eppure paiono immersi in un vuoto che li inghiotte e li soffoca? Ci raccontano la storia di un artista, e di un’epoca. O meglio, dell’artista che, forse, più di ogni altro, ha saputo rappresentare un’epoca: gli anni Sessanta e Settanta, negli Stati Uniti d’America. Gli anni del mito del progresso, del self made man, della possibilità di avere, possedere,
e quindi essere; gli anni della liberazione sessuale, linguistica; gli anni dell’eccesso, della sperimentazione, dell’entusiasmo.
L’America lo accolse, e lui accolse l’America, donandole la certezza di essere ricordata per sempre, attraverso la sua opera. E l’accolse tutta, dai suoi miti di celluloide, ai prodotti più diffusi dei supermercati, ai volti più noti del mondo dello spettacolo e dello star system internazionale: “…pubblicità di parrucche, cinti erniari, plastiche nasali, elettrodomestici a buon mercato; un repertorio fumettistico che andava da Superman a Dick Tracy, da Zoe a Braccio di Ferro; alimenti in scatola da supermercati a prezzo minimo con nomi ben noti come Campbell’s, Mott’s, Kellogg’s, Del Monte, Coca-Cola; denaro americano, francobolli e buoni d’acquisto; volgari tabloid (Daily News e New York Post); le stelle più popolari, da James Dean a Elvis Presley, da Elizabeth Taylor a Marlon Brando…”. 2 Lo stesso anno in cui videro la luce i suoi
dieci travestiti – Ladies o Gentlemen? – Andy Warhol pubblicò la sua Filosofia: un diario autobiografico, ma anche il miglior testo critico con il quale addentrarsi nell’opera e quindi nel pensiero e nella vita dell’artista.3 Una vita ora trascorsa in eccitanti serate mondane, fra le esaltate idolatrie di giovani artisti che avrebbero dato il sangue, pur di entrare nella sua Factory dai cuscini d’argento; ora confinata nel perimetro isolato della sua casa, luogo protetto dove ripararsi dalle cose del mondo, e al contempo enorme “time capsule” dove stipare di tutto: caramelle in enormi sacchi colorati, boccette di profumi, lingerie, barattoli di marmellate e scatole di biscotti, televisori, pellicole registrate, scontrini e fatture, come per ricordare, innanzitutto a se stesso, la mania del consumo, la smania dell’accumulo, il delirio dell’obsolescenza. Una casa dove il registratore prima, e la telecamera poi sarebbero stati eletti quali unici compagni di una vita di solitudine. L’America: quale posto migliore per Andy Warhol? Dove l’individualismo si traveste di eccentrico, l’anonimato chiede tutta l’indifferenza del mondo? Terra dell’uguaglianza e della parità – tutti bevono la Coca Cola, dal Presidente al barbone all’angolo della strada, scrive l’artista sulla Filosofia – e insieme luogo dove sempre più profondo è il baratro fra la ricchezza sfavillante dei party anfetaminici e la quieta disperazione del Central Park nelle
domeniche di pioggia. È qui, in questa contraddizione visibile e sfacciata, che Warhol dipinge e fotografa, gira i suoi films, scrive i suoi libri e a partire dagli anni Settanta si dedica con sempre più
passione all’opera grafica, eseguendo ogni anno dai cinquanta ai cento ritratti. Opere sulle quali, accanto a volti noti del bel mondo internazionale, sfilano, invadenti e orgogliosi, i protagonisti di una vita assiepata di eccessi, di promesse pericolose, di sfacciata bellezza: i Ladies and Gentlemen. Dieci volti che ancor oggi, con il semplice gesto di un braccio sollevato, di un collo buttato all’indietro, di una mano che s’accarezza i capelli, riescono ad ammaliare i nostri occhi. Come carezze incapaci di amarli sono le chiazze cromatiche con le quali l’artista li avvolge e li staglia; come sguardi impreparati a vederli, sono i pesanti contorni scuri con cui ne delimita i nasi ritoccati, le bocche gonfiate e tese in una smorfia di piacere, le eccessive parrucche e i capelli forzati sotto ampi copricapo. Esche per desideri morbosi, giochi per coscienze assopite, i Ladies and Gentlemen, sono “la testimonianza vivente di come un tempo volevano essere le donne, di come qualcuno le vuole ancora, e di come alcune di loro vogliono essere ancora…archiviambulanti della femminilità ideale…”. 4 I Ladies and Gentlemen sono Andy Warhol: l’artista che doveva essere un mito, ossessionato dalla propria immagine, trasformata e ritoccata, nelle foto e nella realtà; l’artista vittima e carnefice ad un tempo del mondo della moda, dell’industria del corpo, della psicosi della vecchiaia. I Ladies and Gentlemen sono fra le immagini, più vere e dirette, che egli ha lasciato di sé: violente quanto i Disaster, eppure colme d’amore, e di speranza, quanto quei primi disegni che realizzava su commissione, per le riviste patinate. Nessun segno di spazio, nè di tempo, attorno a questi volti, ma un vuoto carico
di domande. Le domande che ancor oggi ci pone, turbandoci, l’opera di Andy Warhol.

Note:

1) P. Hackett, da I diari di Andy Warhol, Novara, De Agostini 1989, pagg. X-XI.
 
2) R. Rosenblum, Warhol come storia dell’arte, in Andy Warhol. Una retrospettiva, a cura di K. McShine, catalogo della mostra a Palazzo Grassi, Venezia 1990.
 
3) A. Warhol, La filosofia di Andy Warhol, prima ed. New York 1975, Genova, Costa & Nolan, 1990.
 
4)Ibidem.
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